domenica, 23 marzo 2008


Nuovo Blog!

Dal Miscarriage Group:

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MISCARRIAGE



Cried by QueenCassandra

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sabato, 22 marzo 2008


Pour Ma Princesse.

Hush Now, my Baby,

Be still, Love, don't cry...

 



Cried by QueenCassandra

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giovedì, 20 marzo 2008


Aaliyah In Misa Style

 

Sto guardando Death Note, in questo periodo. E non ho potuto resistere. ahahahaha!!!!



Cried by QueenCassandra

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martedì, 18 marzo 2008


Amore mio,

spreco il mio tempo a scrivere, mentre dovrei impegnarmi a combattere fino allo stremo per salvare la mia anima. La mia Redenzione è assolutamente e indiscutibilmente lontana, nonostante ogni mio tentativo di afferrarla resta una stella distante e immota. Forse dovrei rassegnarmi all’idea che non ci arriverò mai. Eppure, prima o poi, il vaso traboccherà, e forse Dio o il Diavolo verranno finalmente a prendermi.

Deve per forza esserci un giudizio, una fine.

Ma non ha importanza, perché se ti scrivo, adesso, è per dirti addio. Sto rinunciando al passato, ma non mi fraintendere, non  rinuncio a quello che sono e che ho conquistato. Posso solo migliorarmi, mi dico, e mi illudo di poter dividere la mia eternità con Luthien, Alagos e il mio Febo. Oh, Amore Mio, non considerarmi una traditrice se lo considero mio e professo di amarlo. Tu sei in una tomba ed è già solo una pazzia che io ti scriva e ti chieda perdono, immagina che follia sarebbe aspettarti per sempre.

Ho visto il tuo fantasma, ma non eri tu, lo so bene. Ad unirmi a te era la Luna, ma ora è sorto il Sole e non posso contrastare la sua volontà. Amore mio, non smetterò mai di amarti. Solo che devo dirti addio, dimenticarti. Vorrei poterlo fare per davvero, e me ne devo convincere. Non posso permettere al passato di rovinarmi anche questo sogno.

Nel profondo, comunque, lo so: un vampiro è solo, in ogni aspetto della sua dannata esistenza. Quindi posso illudermi finché voglio, ma non saranno mai miei, non mi comprenderanno mai appieno. Ma, non dubitare, questa volta non cadrò nella mia depressione cosmica, non verrò a cercarti nei miei incubi.

Devo dimenticarti.

A volte mi chiedo se te ne sei andato in pace. Hai sofferto negli ultimi momenti, hai avuto paura? Quando sei morto hai visto la luce venire verso di te – oppure tu volavi verso essa? – o sei caduto nell’oscurità? Esiste Dio? Lo hai visto, hai sentito il suo calore, sei stato rinfrancato dalla sua bontà? Nell’ultimo ricordo che ho del tuo corpo le tue mani sono chiuse e fredde, ma le tue labbra e i tuoi capelli mi fanno pensare che sia stato tutto un incubo. Ho voluto rimettere insieme le due parti divise, la testa recisa dal busto, l’ho fatto col mio potere anche se ormai non poteva più interessarti. Ho tenuto il tuo capo in grembo per un tempo eterno. E non ho versato una lacrima. Pensavo soltanto che volevo morire, perché non ero presente alla tua ultima parola. Stupidamente mi torturavo chiedendomi se avessi detto qualcosa di rilevante o se ti fossi messo a pregare. E nemmeno riuscivo a perdonarti per essertene andato da solo, per primo, senza di me.

Sapevo tutto, credimi, conoscevo la situazione in cui saremmo stati coinvolti, eppure ho scelto te e ho sacrificato tantissime persone. Eppure, nonostante tutto, non sono riuscita a proteggerti. Questo è… un castigo? È una punizione del cielo per me? Che cosa avrei dovuto, potuto fare per evitarlo? Non volevo che succedesse questo! Dio, o chiunque ci sia lassù, mi perdoni. Io volevo solo continuare a vedere il tuo sorriso. Volevo solo quello!

Intanto l’anello, quello col rubino vero, si è rotto. Si è rotto mentre tornavo a casa, dopo essere stata con Febo, dopo aver parlato a Luthien e Alagos della nostra follia. Si è rotto e ho capito. Ho capito che dovevo dirti addio. È per questo che scrivo, Amore Mio. I frammenti rossi sono volati via. Frammenti rossi ovunque.

Dicesti che non sarebbe mai andato perduto, come il nostro amore. Mentivi e lo sapevi, me lo dicevi soffrendo.

Forse non ci resta nulla, dicesti mettendomelo al dito, ma almeno allunghiamo le braccia verso una stella blu e mandiamole un bacio d’addio. Se non si può tornare a com’eravamo prima, va bene anche così. Per noi è più importante vivere nuovi ricordi, possono anche essere migliori, chi lo sa?

Però non ci credevi, soffrivi mentre lo dicevi. E ora mi rendo conto di averti sempre fatto soffrire inutilmente. Così presa dalla ricerca estenuante non mi accorgevo di amare le persone che mi stavano attorno e allo stesso tempo di soffocare per il dolore causato dal continuo ingannarle. Come amare, come soffrire, come chiedere affetto… il senso delle lacrime… Volevo sapere tutto questo e diventare potente ma non mi accorgevo dei tuoi sentimenti. Ti ignoravo nel mio tentativo di proteggerti, di amarti. Ti toglievo l’unica cosa che potevo darti: me stessa.

La verità è che sono una persona triste. Tu, per me, eri necessario, eri l’unico che mi aveva giurato fedeltà senza essere stato costretto o indotto dalla promessa di ricchezza e potere. Guardami amore mio, da lassù e dimmi cosa vedi. Sono la più brillante delle creature della mia specie, la mia luce abbaglia chiunque, ma sono da compatire più di tutti, io che odio la compassione: questo corpo è composto di cose malefiche. Sono lo scarto del paradiso che si crede simile a Dio.

E non ti perdono di essere morto da solo, di avermi lasciata sola. Non te lo perdono. E anche se ora ti devo dimenticare, se ti scrivo per salutarti e in definitiva per dare un senso alla tua morte, ti chiedo di continuare a pregare come io prego, disperatamente, per il tuo perdono. Addio amore mio. Nessuno leggerà questa lettera, lo so.

Ti ho amato.

 

 Cassandra



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domenica, 17 febbraio 2008


"Mi spaventava quando si perdeva in questi pensieri, quando si crogiolava nell’esaltare se stessa: una strana luce le brillava negli occhi, qualcosa di remoto e pericoloso, che presto o tardi sarebbe venuto alla luce, iniziava ad agitare le braccia disegnando complicate figure intrecciate, lo sguardo rivolto verso l’alto, come se già scorgesse la gloria dei Cieli scendere per abbracciarla. Mi confidò di vedersi Regina, molte volte, di aver avuto diverse premonizioni in cui appariva come una splendida regina dagli occhi di ghiaccio che indossava strane vesti nere o viola, gioielli splendidi d’oro e d’argento, e che ovunque dipingeva il proprio stemma: un fiore stranissimo con infiniti petali e il gambo coperto da spine che mutava in un serpente attorcigliato attorno a se stesso, formante il simbolo greco dell’infinito. Così tante volte aveva osservato se stessa in quel sogno, più adulta e affascinante, carismatica, seduta su un trono in pietra coperto di una soffice e pesante stoffa, che al risveglio non poteva credere di essere una bambina senza forma alcuna.

Amava terrorizzarmi raccontandomi le sue visioni con fare teatrale, esibendosi in un’incredibile danza di parole tesseva interessanti scenette, spaventose rappresentazioni che parevano donarle il terribile potere di poter decidere dell’altrui vita, come la spada della Divina Giustizia, poteva mietere vittime o confortare gli sfortunati con allettanti sogni. Era crudele, frustava le mie orecchie con quelle parole schiette, con quelle confidenze sussurrate, mentre mi sfiorava piano con le labbra, una mano alla bocca, i piedini scuri a bagno. Se ridevo dei suoi sogni di gloria, lei mi picchiava ferocemente, perché detestava essere derisa, diceva che un giorno avrei visto, eccome! Sarei stato con gli altri ad adorarla come Regina, quasi una Dea. Non erano tanto le sue parole a farmi ridere e a terrorizzarmi, quanto la sua accanita convinzione, la sua volontà ferrea.

Le feci notare che per divenire Regina, nel nostro Paese, avrebbe dovuto sposarmi o uccidermi, perché altrimenti il trono sarebbe passato a qualcun altro. Fece per rispondere, ma alla fine tacque, scuotendo il capo. La pungolai per farla rispondere, e lei sussurrò solo, laconicamente: “Mamma ha detto di non parlare con te delle nostre visioni. Tu non hai il potere.”

Mi ferì. Mi ferì in modo incredibile rendermi conto delle affinità tra mia madre e mia sorella, i loro infiniti segreti, il fatto che a loro fosse dato sapere qualcosa che io potevo solo immaginare. Capivo perché mia madre passasse più tempo con lei che con me: era lei la sua vera erede, colei che avrebbe preso il suo posto di veggente e oracolo, che avrebbe saputo tener testa persino a Taita con tutta la sua saggezza e padronanza di sé.

La abbracciai, involontariamente, stringendomela al petto, scosso dai brividi, mi disperavo per lei! Sarebbe divenuta algida e fredda come mia madre, come Kayanka, non avrebbe mai amato, poteva solo sperare di trovare un mortale con le sue stesse capacità! Era destinata alla solitudine, a restare per sempre dietro al trono, vedere il potere da vicino e non poterlo mai toccare.

Lei non si ritrasse, lasciandosi abbracciare, affondò la testolina nel mio petto, improvvisamente assorta in qualcosa di doloroso, che trasformava il suo viso in una maschera di repressa sofferenza, si lasciò cullare teneramente, senza reclamare la propria libertà. Per l’ennesima volta pensai che potesse leggere i miei pensieri, come Kayanka, ma non glielo chiesi. In fondo, eravamo fratelli, e potevamo anche pensare la stessa cosa nello sesso momento, no? "

Paride

On Air - Damned and Divine, Tarja



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martedì, 12 febbraio 2008




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domenica, 03 febbraio 2008


9.

Cassandrawww.princessmerykara.deviantart.com/gallery

New Orleans. New York. Parigi. Madrid. Berlino. Buenos Aires. Roma. Torino.

Le sembrava di avere il mondo ai propri piedi mentre se ne stava sdraiata nella sua spettacolare suite di New Orleans, Mtv perennemente trasmesso dalla tv a schermo piatto. Indossava abiti di pelle nera, aveva pettinato i capelli in modo che la riga fosse spostata verso destra e la parte sinistra del volto fosse semicoperta. Era truccata di tutto punto e indossava stivali col tacco alto. La pesantezza del rossetto sulle labbra era consistente e piacevole, come il suo profumo.

Le tornarono in mente quei quattro ragazzini. Chris, Larry, Thomas e Axl. Axl era solo un nome d’arte, ovviamente, aveva subito ribadito, come il grande Axl Rose. Lui era un vero fan dei Guns’, mentre Thomas e Larry erano più “metallari”, Chris invece era solo un fighetto, ma come suonava la chitarra lui…!

Sorrise. Axl parlava tutto d’un fiato, senza mai respirare. Era stato costretto a fermarsi un paio di volte a metà di una frase per riprendere fiato e poterla continuare. Erano dolcissimi, quei quattro ragazzi, e così belli! Chris, un angioletto biondo pieno d’alcool fino agli occhi, e Larry, pelato, occhiali da sole perennemente sul naso, abiti decisamente eleganti neri e una cravatta rossa. Thomas era un ragazzo normalissimo, o almeno così sembrava, taciturno, forse, ma pieno di genio e di caparbietà. E poi c’era Axl, lunghi capelli castani, bandana che gli ricadeva spesso sugli occhi brillanti e azzurri. Erano tutti e quattro magri, decisamente, e si erano tatuati una piccola A di Angeli sulla nuca, sotto le zazzere di capelli rovinati dallo smog. Ed erano veramente degli Angeli, almeno per lei, che non cercava altro che una piccola band di giovani musicisti per farli apparire nella luce della Leggenda.

Il mondo doveva prepararsi ad avere un nuovo Dio. Cassandra.

Era dolce fantasticare su loro cinque, sul palcoscenico, a guardare i volti di mortali che piangevano e invocavano i loro nomi, applaudivano e cantavano le loro canzoni.

Aveva detto loro che le aveva già scritte, o quasi, si era messa alla tastiera e aveva inventato sul momento, poi aveva iniziato a cantare, e quei quattro avevano preso i loro strumenti per seguirla. Si erano subito innamorati l’una degli altri. Erano fatti per suonare insieme, avrebbero abbattuto il mondo. E, soprattutto, lei sarebbe entrata nella casa di ogni dannato e di ogni membro dell’Ordine del Lupo. Avrebbe infranto le loro speranze. Avrebbe distrutto il loro sogno! Guardatemi! La Regina dei Dannati è tornata!

Doveva decidersi a dormire. Al tramonto avrebbero iniziato a registrare!




Cried by QueenCassandra

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giovedì, 31 gennaio 2008


Lui le circondò le spalle con un braccio. Le chiese se lo stava ascoltando. Certo che non lo stava ascoltando! Sorrise, vaga, chiedendogli scusa. Riprese a parlare, tranquillo, indicandole qualcosa di tanto in tanto, iniziando a raccontare storielle buffe.

Tornarono in hotel che era quasi l’alba. Lui si richiuse la porta alle spalle, e chiaramente si aspettava una ricompensa per tutto quello che stava facendo. Se lo era aspettato, ovviamente, non credeva certo che avrebbe atteso ancora a lungo.

La abbracciò e tentò di baciarla, e lei lo lasciò fare, senza osare dirgli niente. La teneva stretta, la baciava, mentre le sue mani cercavano la T-shirt e la sfilavano sapientemente. E poi, così come l’aveva stretta, la respinse, disgustato. Le stava osservando il ventre e il petto martoriati dalle ferite, dalle piaghe non del tutto rimarginate. Si lasciò andare ad un’esclamazione di disgusto, facendola infuriare. Lei strillò: «Non osare guardarmi così!» Gli tirò uno schiaffo, ma lui sembrava troppo attonito, si era accorto del sangue sulla camicia, e ora cercava di togliersela. La guardò, preso dal panico, biascicando qualcosa con un’espressione d’orrore che ne trasformava il volto. «Non guardarmi!», urlò lei. «NON GUARDARMI!!!»

Gli serrò le mani attorno al collo e strinse, odiandolo mentre le moriva tra le mani, disprezzandolo per la sua inutilità, stupidità. Morì così, strabuzzando gli occhi, moriva così come aveva vissuto, apaticamente, lasciando che tutto gli scivolasse addosso.



Cried by QueenCassandra

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mercoledì, 23 gennaio 2008


 

Per Cronos. Siamo bellissimi, vero? Un bacio, ragazzino!



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giovedì, 17 gennaio 2008


7.

L’unico problema, ora, era sapere tutto.

Lui tornò quella sera, la portò fuori. Visitarono il mercato, lui le comprò qualche ridicolo gioiello falso, lei li indossò ostentando candore e una certa superficialità. Continuava a recitare la parte della bambolina, quel tipo di donna facile da avere e splendida da ostentare, che non si preoccupa più di tanto di riempire il proprio cervello quanto le proprie tasche.

Propose un ristorante tipico, ma lei diniegò asserendo che aveva già cenato. Così rimase a guardarlo mentre comprava un kebab, una cosa dall’aspetto orribile stracolma di ogni cosa che potesse immaginare. Non avrebbe mai pagato per mangiare una cosa così. Ma in realtà il cibo di quest’epoca non la interessava affatto. Avrebbe volentieri assaggiato la pasta, o magari una pizza… ma patatine fritte, maionese, coca cola… schifezze con cui rovinarsi gli organi. In fondo, però, se tanta gente li apprezzava dovevano essere buoni.

Mentre si soffermavano in giro per le strade, si guardava intorno stupendosi di ogni cosa. La differenza tra i natii e i turisti, innanzi tutto. Il degrado ben si accompagnava a grassocci turisti in pantaloncini corti e macchine fotografiche pericolosamente pronte a minacciare qualunque cosa, immortalandolo in modo fatale. Donne ricoperte da mantelli vendevano oggettini a donne più nude che vestite che ostentavano un’abbronzatura finta e delicate manine fresche di manicure, capelli biondi sempre perfettie, pietrificati da troppe sedute dalla pettinatrice, trucco indelebile e occhiali da sole firmati. Erano straordinarie, quelle donne. Una gioia da osservare, avrebbe volentieri passato ore a studiarle. Così stupide da convincersi di succhiare cultura dall’aria stessa dell’Egitto. Il sole sul Nilo era molto più “acculturato” di un solarium, no? Prendersi una tintarella perfetta e dire di averla presa aspettando di entrare in una grande piramide, e poi ripetere le sciocchezze che dicono le guide, quelle frasi da cui ti sembra di cogliere l’essenza stessa della civiltà più grande della storia, senza in realtà aver capito un accidente di niente.

All’improvviso sentì la nausea alla gola. Ma come osavano calpestare lo stesso suolo che un tempo era stato studiato da Faraoni, architetti, menti geniali e irripetibili senza provare senso di colpa per la propria mediocrità? Strinse i pugni quasi senza accorgersene, prendendo un’espressione di genuino disprezzo. Se solo i Cristiani non fossero mai arrivati, Elefantina sarebbe sopravvissuta un altro secolo o due, e allora il suo Paese avrebbe conservato un minimo della propria integrità.

Quanto le mancava Elefantina, l’isola in mezzo al Nilo, mura bianche e un lungo corridoio di Sfingi e papiri, il palazzo sullo sfondo, le cui ali abbracciavano l’intera isola come le braccia di una madre. E il Nilo, che sfiorava le sponde fertili con la dolcezza di un amante. I giardini erano la cosa più bella che fosse mai esistita, un posto perfetto per crescere con la propria famiglia, al sicuro, lontani da un mondo in declino.

Fino a quando il mondo non era andato a cercarli per strapparli al loro piccolo paradiso. E portarli via, schiavi senza nome, portarli in Francia.

Era partita dall’Egitto che ancora si chiamava Merykara, come una bambina, era arrivata in Francia e il suo nome era Cassandra, perché era diventata una donna durante il tragitto. Adesso sorrideva ricordando quanto aveva avuto paura, allora, e quanto impacciato si fosse dimostrato il povero Paride, alle prese con “cose da femmine” che non aveva mai provato, mentre la guardia rideva lanciando battute poco consone alle orecchie di una bambina.

Ma tutto quello era così lontano che quasi faticava a credere di essere stata così giovane, così immatura, così bambina. era veramente esistita la principessina d’Egitto? Aveva mai corso dietro al falco, nel deserto? Aveva mai ballato al tempio? Aveva mai cantato interpretando Iside, aveva mai brandito una spada, aveva mai imparato a tirare con l’arco? Dove era finito il carro dorato? Figlia di Ra, dove sei adesso, in quale umiliazione sei caduta?



Cried by QueenCassandra

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